LE VIE DELLO YOGA

Posted on aprile 25 2010 by admin

LE VIE DELLO YOGA

Molte persone al giorno d’oggi credono che lo yoga sia un particolare metodo di attività fisica nella quale si contorce il proprio corpo in posizioni molto complesse per ottenere dei benefici fisici o al massimo mentali. Ma lo yoga descritto nella Bhagavad-gita, il testo più autorevole sullo yoga, comprende differenti tipologie e livelli aventi lo scopo finale di riconnettere l’anima individuale con l’Anima Suprema.

Lo yoga è una scienza che ci hanno lasciato i saggi dell’India. Letteralmente la parola “yoga” significa “collegarsi”: il suo significato è simile a quello della radice latina della parola “religione”, che significa “ricongiungere”. Lo yoga e la religione hanno dunque lo stesso scopo, ossia di riportarci al collegamento e al ricongiungimento con Dio. La Bhagavad-gita rappresenta un trattato completo sullo yoga: in essa è contenuta la descrizione di differenti tipi di yoga, compreso lo yoga fisico più conosciuto tra le persone. Questa prima tappa, chiamata generalmente hatha-yoga, è una fase del sistema tradizionale dell’astānga-yoga, lo yoga in otto fasi, e ha lo scopo di favorire la calma e il rilassamento: poiché molte persone sono prevalentemente assorte nella concezione corporea di se stessi, tali esercizi mentali e fisici rappresentano per loro il primo passo verso un graduale e progressivo sviluppo di una coscienza spirituale.

La Bhagavad-gītā paragona i diversi tipi di yoga ad una scala tesa verso la realizzazione spirituale. La scala parte dal karma-yoga, ossia dall’azione disinteressata; quando il karma-yoga aumenta in conoscenza e rinuncia si definisce jñāna-yoga; dal jñāna-yoga si sale al livello dell’astānga-yoga, fase nella quale si impegnano i sensi attraverso processi fisici detti āsana, e la mente nella concentrazione sull’Anima Suprema. È impossibile raggiungere lo stadio della realizzazione spirituale e della felicità trascendentale che ne consegue, solamente con un uso controllato del corpo e dei sensi, senza sviluppare il bhakti-yoga, lo stadio più perfetto dello yoga stesso, il quale attraverso l’amore e la devozione ci conduce in maniera naturale e spontanea a realizzare la nostra natura originale di anime eterne, piene di conoscenza e di felicità ed eternamente unite al Signore Supremo in una relazione d’amore.

KARMA YOGA

Il karma-yoga, ossia l’azione compiuta con piena conoscenza della relazione che ci unisce al Supremo, è una pratica destinata a coloro che, pur avendo ancora ancora desideri materiali, desiderano l’evoluzione spirituale: aiuta infatti a liberarsi progressivamente da ogni contaminazione materiale insegnando a purificare le attività, cercando nelle Scritture e nelle parole del maestro spirituale autentico la via da seguire.

La Bhagavad-gītā insegna che se si desidera ottenere una reale e graduale purificazione, occorre seguire la via dello yajña, dell’offerta delle proprie azioni al Signore Supremo, lasciando che sia Lui a decidere dei risultati delle nostre azioni stesse: “Impegnando la mente, le parole, il corpo e il risultato dei doveri relativi alla vostra occupazione, e mantenendo sempre la mente aperta, dovreste tutti offrire un servizio devozionale al Signore. Secondo le vostre abilità e in base all’occupazione di vostra competenza, dovreste offrire il vostro servizio ai piedi di loto di Dio, la Persona Suprema, con piena fiducia e senza riserve. Allora otterrete sicuramente il successo, raggiungendo l’obbiettivo finale della vita” (Śrīmad-Bhāgavatam, 4.21.33). Poiché è necessario agire, se non altro per provvedere ai bisogni del corpo, lo si deve fare con coscienza: non si deve ricercare la gratificazione dei sensi ma desiderare di servire la missione del Supremo ricercando la Sua soddisfazione. Così non solo saremo liberati da tutte le conseguenze materiali, ma ci eleveremo fino al trascendentale servizio d’amore, unica via per raggiungere il regno di Dio.

Krishna nella Bhagavad-gītā afferma: “In ogni attività dipendi da Me e agisci sempre sotto la Mia protezione. In questo servizio devozionale sii pienamente cosciente di Me” (Bhagavad-gītā, 18.57). Non si deve agire come se fossimo i padroni del mondo: un servitore non ha alcuna indipendenza personale ma agisce solo agli ordini del suo padrone. Allo stesso modo il servitore del Padrone Supremo agisce solo sotto la Sua direzione senza rimanere turbato né dal guadagno né dalla perdita, limitandosi a compiere il proprio dovere con fede, secondo le istruzioni del Signore che parla attraverso le Scritture e attraverso il Suo rappresentante, il maestro spirituale. Se si seguono gli ordini di Dio, la Persona Suprema, senza esitazione, si sarà protetti in ogni circostanza.
Si deve imparare che tutto può essere usato al servizio del Signore: talvolta le persone tentano artificialmente di rifiutare tutto ciò che è materiale, ma per quanto desiderino liberarsi dalla prigione della materia non raggiungono la perfezione della rinuncia. “In realtà è impossibile per l’essere incarnato abbandonare ogni attività, perciò si dice che la vera rinuncia è praticata da chi rinuncia ai frutti dell’attività” (Bhagavad-gītā, 18.11). La Bhagavad-gītā insegna che mai, in nessuna circostanza, si può smettere di agire: l’anima per natura è sempre attiva, e non solo quando si trova in un corpo. Perciò chi agisce per Dio, senza cercare di godere dei frutti dell’azione e offrendo tutto al Signore Supremo, pratica la vera rinuncia che ci porta a comprendere di essere parti integranti del Signore consapevoli di non avere alcun diritto di godere dei risultati delle nostre azioni.

L’essere vivente non può essere felice se non coopera con il Signore perché la sua posizione naturale è di sottomettersi ai desideri di Dio: si deve sacrificare tutto alla Persona Suprema e continuare a svolgere il proprio dovere senza pretendere di essere i proprietari di niente, visto che in verità nulla nel mondo appartiene all’uomo.
Per concludere, l’uomo pienamente impegnato nella coscienza di Dio è sempre situato nella rinuncia perché non disdegna né desidera i frutti delle sue azioni. Quest’uomo che ha rinunciato a sé e dedicato se stesso al trascendentale servizio d’amore al Signore, possiede la conoscenza perfetta perché conosce la relazione eterna che lo unisce a Dio. Questa conoscenza è perfetta sotto ogni aspetto: qualitativamente sa di essere uguale a Krishna perché la sua natura è spirituale, ma dal punto di vista quantitativo si riconosce subordinato a Lui come parte infinitesimale della Sua persona. Raggiunta questa conoscenza della sua identità qualitativa e della sua differenza quantitativa con Dio, l’uomo raggiunge la pienezza, libero da ogni desiderio e da ogni lamento; la sua mente non conosce più dualità perché egli agisce esclusivamente per il piacere di Dio. E una volta superata la dualità, è possibile raggiungere, in questo stesso mondo, la liberazione.

JNANA YOGA

Il piano della conoscenza speculativa, il jñāna, è più elevato dell’azione interessata, il karma. Ai livelli inferiori della vita umana si è coinvolti nella falsa identificazione con il corpo materiale grossolano e si sente il desiderio di compiere attività fruttifere che hanno come base la società, l’amicizia e l’amore. Quando queste attività materiali sono offerte in sacrificio al Signore Supremo, il karma si trasforma in karma-yoga. Mediante questo sacrificio regolato si abbandona gradualmente il concetto della vita basato sul corpo grossolano e si avanza fino al piano della realizzazione della conoscenza spirituale, jñāna-yoga, dove si comprende la propria identità di anima spirituale eterna, completamente distinta dalla mente e dal corpo materiale. Ma poiché siamo ancora in balia del condizionamento materiale, impegnandoci nella speculazione immaginiamo di essere liberati dalla contaminazione materiale, mentre non lo siamo ancora.

La Trascendenza non è mai soggetta all’esperienza diretta o alla speculazione mentale dato che l’essere vivente, a contatto con la materia, è soggetto a imperfezioni che rendono impossibile una conoscenza certa. Chi si dedica esclusivamente alla speculazione intellettuale dimentica di essere soggetto ai quattro difetti della natura: commette sicuramente errori, ha sensi imperfetti, è vittima dell’illusione ed ha la tendenza ad ingannare gli altri. Śrīla Prabhupāda paragona lo speculatore mentale ad una rana che vive in un pozzo di un metro cubo e che vuole calcolare le dimensioni dell’oceano Atlantico sulla base della conoscenza del suo piccolo pozzo.
La conoscenza della causa di tutte le cause, della Verità Assoluta, ci può essere data soltanto dalla Verità Assoluta stessa, poiché con il nostro metodo ascendente di ricerca non potremo mai raggiungerLa. Come spiegano le Scritture vediche, il Signore possiede differenti energie: l’energia del tempo eterno, l’energia materiale che noi possiamo vedere e sperimentare e molte altre. Gli scienziati materialisti possono soltanto studiare queste diverse energie e ottenerne una comprensione parziale, possono esaminare una di queste energie e cercare di capirla con la loro conoscenza limitata, ma non sarà mai possibile capire completamente la Verità Assoluta con la sola scienza materiale. Lo spiritualista sincero, invece, si sottomette completamente al Supremo, il Quale rivela Se stesso grazie alla Sua misericordia incondizionata: è il Signore a darci l’intelligenza per attraversare l’oceano dell’ignoranza e tornare nella nostra dimora originale.

Quando l’uomo, dopo numerosissime vite, raggiunge la conoscenza perfetta e si abbandona a Dio, ogni cosa si rivela a Lui come al sorgere del sole: “Quando l’uomo ripone l’intelligenza, la mente, la fede nel Supremo, e trova in Lui il proprio rifugio, si libera da ogni dubbio grazie alla conoscenza completa e così procede con passo sicuro sul sentiero della liberazione” (Bhagavad-gītā, 5.17). Lo spiritualista situato nella conoscenza vede ogni cosa in relazione al Supremo: sa che Dio è presente nel cuore di tutti gli esseri. Dunque non fa distinzioni di casta, razza o specie: i corpi sono prodotti dalle tre influenze della natura materiale, ma l’anima individuale e l’Anima Suprema, entrambe presenti in ogni corpo, partecipano della stessa natura spirituale.

A causa della falsa identificazione con il corpo, l’anima condizionata si lamenta per ciò che ha perduto, gioisce per ciò che ha guadagnato, teme cose non propizie, s’incollerisce quando i suoi desideri sono frustrati ed è avida di gratificazione dei sensi; confusa da queste false attrazioni e avversioni deve accettare altri corpi materiali, cioè deve subire ripetute nascite e morti. Ma la persona che sa perfettamente di non essere il corpo ma un frammento di Dio, non ha motivo di rallegrarsi quando ottiene qualche beneficio materiale, né di lamentarsi per la perdita di ciò che è legato al corpo. La persona situata nella conoscenza non commette l’errore di identificare il corpo con l’anima: riconosce che il corpo è temporaneo e non dimentica mai di essere l’ātmā, un’anima spirituale eterna. In conclusione, la vera conoscenza spirituale o jñāna-yoga si basa sulla discriminazione tra spirito e materia e può essere coltivata con lo studio delle Scritture, le istruzioni del maestro spirituale e con l’austerità, sforzandosi di controllare gli impulsi dei sensi materiali.

ASTANGA YOGA

L’astanga è la forma di yoga tradizionale più conosciuta e praticata. Astanga-yoga significa “lo yoga in otto fasi” poiché è costituito proprio da otto livelli: yama, niyama, āsana, prānāyāma, pratyāhāra, dhārānā, dhyāna e samādhi. Yama (ciò che non si deve fare) consiste in cinque principi etici: veridicità, continenza, non violenza, assenza di avidità e astensione dal rubare; niyama (ciò che va fatto) consite in temi come l’adorazione, la pulizia, la capacità di accontentarsi, l’austerità e la riflessione su sé stessi; le āsana sono le posizioni fisiche vere e proprie; il prānāyāma è il controllo della respirazione; il pratyāhāra tratta del controllo dei sensi, ossia del distacco dai propri attaccamenti verso gli oggetti dei sensi rinunciando così ai risultati delle attività e non all’attività in se stessa che al contrario dovrebbe essere offerta a Dio; dhārānā è la concentrazione; dhyāna è la meditazione che, quando perfezionata, porta al samādhi, il completo assorbimento o la perfezione dello yoga. Ma perdere la concentrazione è molto facile, così come è molto difficile il controllo dei sensi: per questo Śrīla Prabhupāda e i maestri della tradizione vedica ci informano che sebbene l’astānga-yoga sia un metodo autentico, poiché in questa era la contaminazione materiale è predominante, la realizzazione di tutti i suoi stadi si rivela molto difficoltosa e siccome lo scopo dell’astanga-yoga è il raggiungimento del samādhi, oggi nel suo complesso questo metodo è considerato impratico.

IL BHAKTI YOGA

La bhakti rappresenta l’amore e la devozione per Dio, caratterizzata dall’impiego dei sensi dell’essere individuale, una volta purificati, al servizio dei sensi del Signore. Il bhakti-yoga è dunque la via dell’amore per Dio nel suo stato puro, senza la minima ombra di azione interessata (karma) o di speculazione filosofica (jñāna). Costituisce la tappa finale dello yoga e si pratica con l’abbandono di sé a Dio sotto la guida di un maestro spirituale: l’apprendimento del servizio di devozione consiste nell’apprendere come impiegare la mente e i sensi per servire il Signore in maniera concreta. A differenza dei jñāna-yogī che cercano di staccare i propri sensi da ogni piacere materiale coltivando la conoscenza e servendosi del ragionamento per capire che il piacere dei sensi è illusorio, e a differenza degli astānga-yogī che si sforzano di raggiungere il controllo dei sensi attraverso esercizi fisici e la meditazione sul Supremo, i bhakta o bhakti-yogī cercano di usare i sensi al servizio del Signore. E proprio questo servizio d’amore rappresenta il livello perfetto del controllo dei sensi.

Nessuno può essere una persona rinunciata nel vero senso della parola: è possibile rinunciare ad una cosa solo in vista di un’altra, che sembra avere maggior valore. Il servizio devozionale permette d’impegnare direttamente i sensi in attività spirituali, evitando così che cadano nella affannosa e condizionante ricerca degli oggetti del piacere materiale: i bhakta, grazie al loro trascendentale servizio di devozione sono totalmente sommersi dalla felicità trascendentale che automaticamente vedono svanire in loro il desiderio del piacere materiale.

Il bhakti-yoga rappresenta dunque lo yoga completo e la perfezione più alta dell’esistenza: senza il servizio di devozione al Signore, né lo yoga né il jñāna (l’arida via della speculazione filosofica) si riveleranno pienamente fruttuosi, poiché sebbene i jñānī e gli yogī cerchino di liberarsi dai desideri per le attività materiali, in realtà vengono coinvolti nelle false speculazioni filosofiche o nei duri tentativi per cercare di fermare le attività dei sensi sperimentando grandi difficoltà e disagi nel loro sforzo di realizzazione spirituale. Poiché il servizio di devozione al Signore Supremo rappresenta la tendenza naturale di ogni essere vivente, il bhakti-yoga non mira a sviluppare artificialmente qualche nuova facoltà. Anche le popolazioni più primitive s’inchinano davanti alle meraviglie della natura e riconoscono una Presenza Suprema dietro le leggi e le manifestazioni della sua grandezza. Questa coscienza del Divino, per quanto impercettibile nell’uomo contaminato dalla materia, si trova in ogni anima: tutti gli esseri viventi stanno servendo Krsna anche solo indirettamente, sottostando alle leggi della natura materiale, ma quando diventano coscienti di Krsna manifestano pienamente il loro servizio. Come un fiore in bocciolo si apre gradualmente e manifesta i suoi colori e il suo profumo, così anche l’essere vivente, quando arriva al livello della coscienza di Dio, vede la piena fioritura della sua vera forma. Proprio perché rappresenta l’occupazione naturale, originale ed eterna dell’essere individuale, il servizio di devozione si offre a tutti, senza distinzione alcuna: esso è al di là di ogni considerazione di carattere materiale e non può essere confinato ad un paese, ad una categoria di uomini, ad una data cultura o a qualsiasi altra condizione restrittiva. Questa disciplina della devozione va ben oltre la religiosità convenzionale: essa necessita sia di un’astensione dalle attività mondane per la gratificazione dei sensi, sia di un assorbimento sincero nelle pratiche spirituali e un comportamento coerente, sotto la guida della Scritture e del maestro spirituale.

Il Signore è perfettamente indipendente, libero da ogni obbligo: Egli è legato solo dalla devozione pura. I nostri sensi materiali non possono permetterci di vederLo o di percepirLo in alcun modo: Egli appare solo per Suo volere, quando è soddisfatto dello sforzo sincero che Gli mostriamo servendoLo con amore e devozione, dipendendo completamente dalla Sua misericordia. Un bhakta (o devoto puro) costantemente percepisce in sé la presenza del Signore, perché il servizio d’amore lo unisce a Lui in una relazione sublime. Tale devoto non può dimenticare il Signore nemmeno per un istante, e questo è ciò che si chiama samādhi. Lo yogī cerca di concentrarsi sull’Anima Suprema controllando i sensi, distogliendoli da ogni altra attività, così al termine dei suoi sforzi può raggiungere il samādhi; ma il devoto ottiene lo stesso risultato molto più facilmente, ricordando costantemente l’aspetto personale del Signore, il Suo santo nome, la Sua gloria e i Suoi divertimenti. La concentrazione dello yogī e quella del devoto si pongono a livelli differenti: la prima è puramente meccanica e forzata, mentre la seconda si svolge in modo naturale, dettata da un amore puro e da un affetto spontaneo.

Gli organi di percezione di cui disponiamo attualmente sono formati di elementi materiali: sono dunque imperfetti e non possono permetterci di realizzare la forma trascendentale di Dio, il Quale viene perciò adorato nella Sua forma sonora, con il canto di suoni spirituali (mantra). La realizzazione raggiunta con l’ascolto e la recitazione delle vibrazioni sonore spirituali non ha nulla di vago o di impersonale, ma è vera conoscenza dell’Assoluto, la Persona Suprema. Possiamo infatti realizzare la forma di eternità, conoscenza e felicità del Signore con i nostri sensi spirituali originali, i quali possono essere facilmente ravvivati con il canto dei mantra sacri, suoni trascendentali attraverso i quali il Signore si manifesta: “Appena intono il canto delle Sue sante attività, il Signore Supremo, Śrī Krsna, le cui glorie sono così dolci all’ascolto, appare subito sul loto del mio cuore, come se L’avessi chiamato” (Śrīmad-Bhāgavatam, 1.6.33).

Il metodo particolarmente raccomandato dalle Scritture vediche per la realizzazione spirituale nella nostra era è proprio il canto dei santi nomi di Dio, in particolare del mahā-mantra (Hare Krishna, Hare Krishna, Krishna Krishna, Hare Hare, Hare Rāma, Hare Rāma, Rāma Rāma, Hare Hare). Tale metodo ha il potere non solo di liberare l’essere dalle sue tendenze materiali, ma anche di risvegliare in lui l’estasi della vita spirituale: “Mio caro re, sebbene il kali-yuga [l’era attuale] sia un oceano di errori, porta con sé una buona qualità: è sufficiente cantare il mahā-mantra Hare Krsna per liberarsi dalla prigionia materiale ed essere elevati al regno spirituale” (Śrīmad-Bhāgavatam, 12. 3. 51).