SRILA PRABHUPADA

Posted on febbraio 14 2010 by admin

HA COSTRUITO UNA CASA DOVE TUTTO IL MONDO PUO VIVERE

“A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupāda, conosciuto come Śrīla Prabhupāda (1896-1977), è il più autorevole insegnante del pensiero religioso e filosofico indiano e il fondatore dell’Associazione Internazionale per la Coscienza di Krishna. Tra gli anni ’65 e ’77 viaggiò instancabilmente intorno al mondo fondando 108 templi; scrisse 80 volumi trodotti in tutte le lingue più importanti e distribuiti a milioni di copie; diede migliaia di lezioni e conferenze; incontrò personalità eminenti tra i politici, gli studiosi e i religiosi. Il suo carattere esemplare, arricchito da preziose qualità come la tolleranza, la compasssione, oltre alla sua grande devozione spirituale, hanno fatto della sua vita un esempio ideale che ha ispirato e continua ad ispirare innumerevoli persone in ogni parte del mondo.”

LA MISSIONE

Śrīla Prabhupāda nasce in India da una famiglia di antica tradizione vaiṣṇava (devoti di Visnu o Kṛṣṇa, la Persona Suprema) ma all’età di settant’anni arriva a New York, senza conoscere nessuno e con sole quaranta rupie in tasca, allo scopo di soddisfare il suo maestro spirituale. Da lui ricevette infatti l’istruzione di portare in Occidente il sublime messaggio di Kṛṣṇa: il puro amore per Dio. Śrīla Prabhupāda è stato il coraggioso rappresentante di una tradizione antica di secoli. È fondamentale conoscere la vita di Swami Prabhupāda perché negli ācārya quale lui era, non esiste alcuna distinzione tra lo stile di vita e la filosofia che insegnano e intendono diffondere.

L’INFANZIA

Abhay Charan De nacque a Calcutta l’1 settembre 1896 da Gour Mohan De, un commerciante di stoffe, e Rajani. Il padre era un puro vaiṣṇava: giornalmente leggeva dei brani tratti dalla Caitanya-caritāmṛta e dallo Srimad-Bhāgavatam (le principali scritture sacre dei vaiṣṇava bengalesi), recitava il rosario e adorava la Divinità di Śrī Kṛṣṇa. Era solito portare il figlio già da molto piccolo al vicino tempio di Rādhā-Kṛṣṇa conosciuto con il nome di Rādhā-Govinda Mandir: voleva che Abhay diventasse un servitore di Dio e un predicatore del Bhāgavatam. Anche Rajani, come il marito, veniva da una famiglia di antica fede Gaudīya vaiṣṇava: era casta e religiosa, impegnata a prendersi cura del marito e dei figli. In tutta l’India settentrionale Śrī Kṛṣṇa è venerato dalla maggior parte della popolazione come la Suprema forma di Dio, in accordo con le Scritture vediche e in modo particolare con la Bhagavad-gītā, il testo più letto di tutta la letteratura vedica. Quindi Abhay sin dalla nascita assorbì naturalmente la coscienza di Kṛṣṇa. Al suo sedicesimo compleanno chiese al padre una sua personale mūrti di Kṛṣṇa per poterla adorare seguendo l’esempio del padre e del sacerdote del Rādhā-Govinda. Abhay si iscrisse all’università di Calcutta, la “Scottish Churche’s College”: era una scuola cristiana ma godeva di considerazione in Bengala e molte famiglie vaiṣṇava vi iscrivevano i loro figli. Lì studiò l’inglese, il sanscrito, la filosofia, l’economia, la letteratura inglese e la Bibbia, il cui studio era obbligatorio. Mentre frequentava l’università il padre predispose il suo matrimonio con Rādhārāṇī Datti, la figlia di un commerciante in affari con Gour Mohan e durante il quarto anno Abhay divenne un simpatizzante della causa nazionalista che lottava per ottenere una struttura scolastica nazionale e autogestita.

IL RAPPORTO CON GANDHI

Non si interessava delle faccende politiche ma lo coinvolgeva l’ideale del movimento per l’indipendenza: venne particolarmente affascinato da Mohandas K. Gandhi il quale portava sempre con sé una copia della Bhagavad-gītā considerandola il testo che più lo ispirava. Gandhi forniva un’immagine di grande purezza e integrità morale. Abhay lesse le parole di Gandhi e ne seguì le istruzioni. Nel 1920 infatti, dopo aver terminato l’ultimo anno di università e aver superato tutti gli esami, rifiutò di accettare la laurea rispondendo al suo appello: Gandhi accusava il sistema scolastico straniero di creare una mentalità da schiavi e di produrre marionette nelle mani degli inglesi e per questo invitava gli studenti indiani ad abbandonare i loro studi. Il padre gli trovò un posto di lavoro grazie ad un importane amico di famiglia, il dott. Bose, rinomato chirurgo ed industriale chimico, il quale assunse Abhay come direttore commerciale della sua azienda.Si allontanò dal nazionalismo dopo il suo primo incontro con il suo maestro spirituale, Bhaktisiddhānta Sarasvatī Thākura, il quale lo fece riflettere sulla temporaneità di tutti i governi: una vera opera sociale avrebbe dovuto superare i limiti temporali e preparare la persona per la sua eterna relazione con il Supremo. Quindi il movimento per l’indipendenza gli apparve temporaneo e incompleto.

BHAKTISIDDANTA SARASVATI

Per motivi di lavoro Abhay si trasferì con tutta la famiglia ad Allahabad dove nel 1932 ricevette l’iniziazione diventando discepolo di Bhaktisiddhānta Sarasvatī: per i successivi trent’anni crebbe in lui un crescente desiderio di predicare il messaggio di Śrī Caitanya e gli insegnamenti del suo maestro in tutto il mondo, proprio come Bhaktisiddhānta gli suggerì già dal loro primo incontro. Uno dei più importanti colloqui di Abhay con il suo maestro avvenne a Vṛndāvana nel 1935 quando gli diede l’istruzione di stampare libri. Nel dicembre dell’anno dopo Śrīla Bhaktisiddhānta lasciò il mondo materiale dopo aver scritto un’ultima lettera al suo discepolo in cui affermava la sua piena fiducia nella capacità di Abhay di spiegare la loro filosofia in inglese a tutti coloro che non parlano la lingua bengali e hindi. Si trattava delle stesse istruzioni ricevute nel 1922 nel suo primo incontro con il maestro: Abhay non ebbe più dubbi su quale fosse lo scopo della sua vita. Ben presto scoppiò la seconda guerra mondiale. Seguendo la loro “politica del rifiuto” gli inglesi affondarono molte navi indiane cariche di cibo e distrussero molti raccolti di riso per evitare che quel cibo cadesse in mani nemiche, causando una terribile carestia in Bengala, la peggiore degli ultimi centocinquant’anni: litigare con i cani per dividersi i rifiuti diventò uno spettacolo familiare nelle strade di Calcutta.  Abhay comprese la sofferenza della fame e della carestia attraverso gli insegnamenti che ebbe ricevuto da Śrīla Bhaktisiddhānta: convinto di avere un messaggio per i cittadini del mondo tormentati dalla guerra pensò di dar vita ad una pubblicazione che potesse diffondere il messaggio delle Scritture.

LA RIVISTA “BACK TO GODHEAD”

Chiamò la sua rivista “Back to Godhead”. Spesso andò a supplicare i funzionari del governo per avere il permesso di usare della carta per stampare il suo giornale ma aveva una profonda fiducia nel suo maestro ed era convinto dell’importanza del suo messaggio.Nel 1947 l’India ottenne l’indipendenza dal dominio britannico ma centinaia di migliaia di persone persero la vita negli scontri che accompagnarono la divisione della nazione tra India e Pakistan. Abhay non aveva fiducia nelle promesse di pace e voleva far capire a tutti, attraverso la sua rivista, che finché sarebbero perdurati gli interessi egoistici e il desiderio di gratificazione dei sensi, le guerre e i combattimenti avrebbero continuato a manifestarsi. La vera unità sarebbe stata possibile solo sul piano della comprensione spirituale e del servizio al Supremo. Scrisse a molti capi del governo, a conoscenze di rilievo e a giornalisti: presentandosi come il loro umile servitore spiegò le sue idee sul metodo per applicare la cultura originale dell’India, la coscienza di Kṛṣṇa. Nel 1947 scrisse una lunga lettera a Gandhi mettendolo profeticamente in guardia, da amico sincero, di lasciare la politica per avvicinarsi alla Verità Assoluta: un mese più tardi, il 30 gennaio 1948, Gandhi venne assassinato. Mentre Abhay si impegnò sempre più nello scrivere e nel predicare, la sua attività di venditore farmaceutico ad Allahabad colò a picco in un mare di debiti e non andò meglio la fabbrica che cercò di aprire a Lucknow. Si trasferì di nuovo ad Allahabad ma mise sempre minor energia nella vendita dei prodotti farmaceutici. Gli interessava molto di più la sua missione di predicatore.

LA LEGA DEI DEVOTI

A 56 anni lasciò i suoi affari ad Allahabad in mano ai figli pensando che fosse arrivato il momento di mettere in pratica seriamente gli ordini del suo guru: poiché l’istituzione del suo maestro spirituale, la Gaudiya Math, aveva perso la sua efficacia a causa delle opposte fazioni e lotte interne scoppiate dopo la morte di Bhaktisiddhānta, Abhay cercò di fondare un movimento di devoti che agisse a livello mondiale. Ottenne di usare un tempio abbandonato a Jhansi e stese uno statuto registrando legalmente il suo movimento come “Lega dei Devoti”. Nel frattempo venne scassinata la sua fabbrica ad Allahabad: sparirono denaro e medicine. Abhay vide in questo episodio un atto di misericordia da parte di Kṛṣṇa il quale, come è affermato nello Śrīmad-Bhāgavatam, schiaccia i successi materiali di un devoto sincero per avvicinarlo a Sé. Da questo episodio comprese di dover rompere definitivamente con le sue responsabilità familiari: la moglie e i figli non provavano alcun interesse per la sua predica a Jhansi e volevano che impiegasse più tempo negli affari anche se Abhay avrebbe desiderato moltissimo che la moglie collaborasse con lui nel diffondere la coscienza di Kṛṣṇa. Dopo trent’anni capì che non sarebbe stato mai possibile e infatti un giorno Rādhārāṇī vendette lo Śrīmad-Bhāgavatam di suo marito per comprarsi dei biscotti da tè (affronto ancor più grave considerando che Abhay rimproverava sempre la moglie per la sua abitudine di bere tè, pratica non degna di una famiglia di vaiṣṇava). Abhay lasciò la famiglia per sempre. Gli anni cinquanta furono anni molto difficili: a Jhansi dovette lasciare il suo tempio perché la moglie del governatore ne voleva fare un club di signore. Passò come un mendicante da un tempio all’altro o in casa di qualche persona pia che potesse ospitarlo ma non abbandonò mai i suoi piani per un’associazione mondiale di devoti. Non desiderò una residenza permanente ma la possibilità di stampare i suoi libri. Cercò fondi andando a trovare con i suoi manoscritti uomini facoltosi e spiegando loro la sua missione. Pochi lo aiutarono ma riuscì a raccogliere il necessario per riprendere la pubblicazione del suo Back to Godhead anche se non aveva nemmeno denaro a sufficienza per comprare una giacca per ripararsi dal freddo inverno di Delhi. Nei suoi articoli criticava le tendenze materialistiche e atee della modernità. Con la volontà di raggiungere il vasto pubblico dei lettori di lingua inglese che si trovava fuori dall’India, riunì diversi indirizzi di biblioteche, università e uffici governativi all’estero e spedì tutte le copie che le sue finanze gli permisero. Spedì copie del suo giornale anche al presidente dell’India, il dott. Prasad, insieme ad una lettera per metterlo in guardia contro il destino oscuro che attende una società governata da atei, ma non ottenne mai risposta. Anche nell’afa dell’estate di New Delhi, con la temperatura a quarantacinque gradi, Abhay continuò a uscire ogni giorno per distribuire il suo quindicinale in giro per la città.Intanto decise di stabilirsi a Vṛndāvana, per i Gaudīya vaiṣṇava il luogo più sacro dell’universo, perché è il posto dove Śrī Kṛṣṇa manifestò i Suoi divertimenti d’infanzia quando discese sulla terra cinquemila anni fa: desiderava scrivere i suoi saggi nell’atmosfera tranquilla e spirituale di Vṛndāvana e ogni tanto recarsi a Delhi per distribuire le sue pubblicazioni e raccogliere donazioni. Per tutta Vṛndāvana si sentivano risuonare le campane delle migliaia di templi e Abhay lì si sentì a casa. Anche riducendo al minimo le spese personali, ebbe molte difficoltà a raccogliere donazioni sufficienti per i viaggi a Delhi, la stampa e le spese di spedizione e infatti, dopo aver pubblicato dodici numeri consecutivi del suo quindicinale, rimase senza denaro.

L’ORDINE DI RINUNCIA

Una notte fece un sogno che lo colpì profondamente nel quale Śrīla Bhaktisiddhānta Sarasvatī lo sollecitò a prendere l’ordine di rinuncia dei sannyāsī. Abhay rifletté attentamente: la tradizione vedica e l’esempio degli ācārya precedenti insegnano che se una persona desidera sviluppare un movimento di predica dovrebbe accettare l’ordine di sannyāsa. Dopo una cerimonia formale d’iniziazione il nome di Abhay diventò Abhay Caraṇāravinda BhaktivedantaSwami. Da quel momento decise di scrivere non più riviste ma libri e pensò subito allo Śrīmad-Bhāgavatam, la principale e più autorevole scrittura vaiṣṇava: Bhaktivedanta Swami tornò a Delhi con un nuovo scopo. Con rinnovato entusiasmo raccolse qualche donazione ricominciando a pubblicare la sua rivista e contemporaneamente cominciò il suo lavoro di traduzione e commento dello Śrīmad-Bhāgavatam, un’opera di diciottomila versi divisi in dodici Canti. Ma non si sarebbe limitato a scrivere. Avrebbe portato personalmente il suo lavoro in Occidente per insegnare alla gente attraverso i libri ma anche con il suo esempio, come si sviluppa il puro amore per Dio. Bhaktivedanta Swami stava presentando lo Śrīmad-Bhāgavatam senza cambiare nulla, con il più grande rispetto per Śrīla Vyāsadeva, l’autore: mentre molti avevano adattato più che tradotto i testi sanscriti secondo le proprie interpretazioni, Bhaktivedanta Swami Prabhupāda si preoccupò sempre di riportare, in tutte le sue opere, prima il verso sanscrito originale, poi la sua traslitterazione in caratteri romani, la traduzione parola per parola e la traduzione letteraria; soltanto allora ne precisava il contenuto e il significato, arricchendo la spiegazione di esperienze personali ma non allontanandosi mai dagli insegnamenti delle Scritture e degli ācārya precedenti in un atteggiamento di profondo rispetto ed umiltà. Nella sua stanza al tempio di Chippiwada stette giorno e notte alla macchina da scrivere riposando solo dalle dieci di notte alle due di mattina: era fermamente convinto che loŚrīmad-Bhāgavatam avrebbe rivoluzionato questa civiltà mal guidata.Scrivere rappresentò solo metà della battaglia: nessun editore fu interessato alla collana in sessanta volumi delloŚrīmad-Bhāgavatam ma Bhaktivedanta Swami non era disposto a far di meno e dunque per pubblicare i suoi libri avrebbe dovuto stampare a proprie spese raccogliendo donazioni. Terminata la stampa dei primi due volumi uscì a vendere i suoi libri proprio come fece con la rivista. Ben presto ottenne recensioni favorevoli dai suoi confratelli, dall’editore di opere religiose Hanuman Prasad Poddar, dal famoso filosofo indù Radhakrishnan e dal prestigioso bollettino libraio Adyar Library Bulletin: ottenne addirittura dal consolato americano un ordine per diciotto copie da distribuire in America attraverso la biblioteca nazionale. Mandò copie anche a capi politici e al primo ministro dell’India con cui ebbe un incontro ufficiale. Con il terzo volume stampato sentì di essere finalmente pronto per la predica in Occidente: erano passati più di quarant’anni da quando Śrīla Bhaktisiddhānta gli diede questa istruzione.

VERSO L’OCCIDENTE

Aveva sessantanove anni e avrebbe dovuto partire presto, anche se non aveva un soldo. Ma grazie alla sua grande determinazione riuscì ad ottenere un passaporto, un visto dal consolato che gli avrebbe permesso un soggiorno negli Stati Uniti di due mesi, assistenza per il viaggio e un modulo di garanzia firmato dal sig. Gopal Agarwal, figlio di un uomo d’affari di Mathurā, il quale viveva in America e dichiarava che avrebbe provveduto al mantenimento di Bhaktivedanta Swami durante il suo soggiorno negli Stati Uniti. La signora Morarji, titolare della compagnia di navigazione Scindia, la quale lo aveva già aiutato con una grande donazione a stampare il secondo volume dello Śrīmad-Bhāgavatam, nonostante le sue ansietà per le condizioni di salute dello Swami e di fronte alla sua determinazione si convinse a prenotargli un posto su una delle sue navi, il Jaladuta, in partenza da Calcutta il 13 agosto, assicurandosi che il capitano della nave capisse le necessità di un vegetariano e di un brāhmaṇa. Inoltre gli fece comprare una giacca di lana e altri abiti pesanti e fece stampare cinquecento copie di un volantino che conteneva dei versi scritti da Śrī Caitanya ed una pubblicità dello Śrīmad-Bhāgavatam. Bhaktivedanta Swami partì soltanto con una valigia, un ombrello, una copia della Caitanya-caritāmṛta che voleva leggere durante la traversata e una scorta di cereali secchi mentre diversi bauli pieni dei suoi libri vennero spediti separatamente con una nave mercantile della Scindia. Stava andando povero e vecchio in un paese sconosciuto ma quando pensava ai libri che portava con sé, la conoscenza trascendentale in inglese, gli tornava la fiducia. Si preoccupò di poter morire lontano da Vṛndāvana: secondo la tradizione indù morire in quel luogo santo rappresenta la perfezione della vita. Ma più importante di tutto era il desiderio di Bhaktisiddhānta Sarasvatī, e questo desiderio non era differente da quello di Śrī Kṛṣṇa. Finalmente stava per accadere. Durante il viaggio soffrì molto il mal di mare e prima della fine di agosto ebbe due attacchi di cuore. Poi fece un sogno in cui Śrī Kṛṣṇa, remando su una barca, gli disse di non temere e di andare con Lui: Bhaktivedanta Swami si sentì rassicurato e i violenti attacchi di cuore non si ripeterono più. Il capitano della nave sostenne di non aver mai attraversato l’oceano, in tutta la sua carriera, in modo così tranquillo come avvenne nel 1965 e Bhaktivedanta Swami scrisse nel suo diario che Śrī Kṛṣṇa si era preso personalmente cura della nave perché se l’Atlantico avesse mostrato il suo solito volto, forse non sarebbe sopravvissuto.Il 17 settembre, dopo trentacinque giorni di viaggio, la nave attraccò a Boston per un breve scalo prima di continuare per New York. Dopo una breve visita alla città Bhaktivedanta Swami scrisse sul suo diario: . Questa fu la sua prima impressione dell’America e questa era la sua immensa devozione ed umiltà.Il 19 settembre il Jaladuta attraccò finalmente al molo di Brooklyn a New York: Bhaktivedanta Swami venne accolto da un impiegato dell’assistenza viaggiatori mandato dagli Agarwal di Butler, in Pennsylvania. Il suo abbigliamento era perfettamente appropriato per un abitante di Vṛndāvana ma molto probabilmente fu il primo sannyāsī vaiṣṇava che arrivava a New York nel suo abbigliamento tradizionale con la testa rasata eccetto un ciuffo di capelli dietro la nuca (śikhā) e la fronte ornata con segni fatti con l’argilla sacra (tilaka vaiṣṇava).Arrivò a casa degli Agarwal a Butler la mattina dopo e la sua presenza in città suscitò da subito molta curiosità: le persone che lo incontrarono rimasero molto colpite dalla sua intelligenza e dal suo grande senso dell’umorismo. Piacque a tutti e la signora Agarwal lo definì l’ospite perfetto. Non trascorse una settimana che comparve un articolo con una sua foto con in mano lo Śrīmad-Bhāgavatam sul Butler Eagle in cui venne definito un messaggero dell’India per gli uomini dell’Occidente, un insegnante erudito. Bhaktivedanta Swami tenne dei discorsi in vari gruppi della comunità ma dopo un mese, dopo essersi assicurato che il suo messaggio fosse comunicabile e aver visto che gli individui si erano mostrati molto interessati a ciò che aveva da dire, partì per New York.

NEW YORK

Lì non conosceva nessuno ma aveva l’indirizzo del dott. Mishra, insegnante di hathā-yoga, che gli diede prima una stanza del suo appartamento per poi ospitarlo nel suo studio vicino a Central Park. In pieno contrasto filosofico con Bhaktivedanta Swami, il dott. Mishra considerava l’aspetto impersonale della Verità Assoluta (il Brahman) come il Supremo. Al contrario Bhaktivedanta Swami sottolineava la supremazia dell’aspetto personale di Dio (Bhagavān): la Bhagavad-gītā insegna che il Brahman impersonale, essendo la radiosità emanante dal corpo trascendentale di Śrī Kṛṣṇa come i raggi del sole sono un’emanazione del globo solare, è subordinato all’aspetto personale. Il dott. Mishra, seguendo l’insegnamento di Śankara, riteneva la Persona di Dio un’illusione perché in ultima analisi tutto ciò che esiste è la presenza impersonale della Verità Assoluta. Il sé spirituale non viene considerato come una individualità; essendo ogni persona identica a Dio, il Brahman Supremo, non è più necessario adorare Dio al di fuori di sé stessi: “tutto è Uno”. Invece la filosofia teista di Bhaktivedanta Swami considera il sé spirituale individuale (ātma) come un eterno servitore dell’Essere Spirituale Supremo (Bhagavān). Se ognuno di noi fosse veramente il Supremo come mai questo “Supremo” starebbe qui a soffrire nell’esistenza materiale? Il dott. Mishra rispose a questa obiezione di Bhaktivedanta Swami spiegando che il Supremo è coperto dall’illusione solo temporaneamente e che attraverso l’hathā-yoga e la meditazione è possibile raggiungere l’illuminazione e comprendere che “tutto è il Supremo”. Di nuovo Bhaktivedanta Swami obiettò che l’illusione avrebbe dovuto essere più potente di Dio.Il Tutto perfetto non può essere privo di forma, altrimenti sarebbe incompleto, e quindi inferiore alle Sue creazioni. Per essere veramente il Tutto, Esso deve includere sia ciò che è nella nostra esperienza sia ciò che la supera. Come tale, l’Essere Divino deve possedere pienamente e perfettamente bellezza, ricchezza, fama, potenza, saggezza e rinuncia. Tuttavia può succedere che l’Essere Supremo venga descritto in alcune parti dei Veda come impersonale ma al solo fine di annullare ogni concezione materiale del Tutto Assoluto. Infatti l’aspetto personale del Signore Supremo differisce completamente da ogni considerazione materiale che ci offre la nostra esperienza. La Verità Assoluta, Dio, possiede tutte le perfezioni all’infinito, perciò è dotata anche di una forma trascendentale di esistenza eterna, di conoscenza e felicità.Il Vedānta-sūtra tratta della teoria delle emanazioni, secondo la quale tutte le manifestazioni materiali emanano dalla Persona Suprema e Assoluta attraverso le Sue molteplici e inconcepibili potenze con le quali può creare infiniti universi pur rimanendo identico a sé, perfetto e completo in sé stesso. Il dott. Mishra sostenendo la tesi dell’illusione, affermava che l’intera creazione deve essere irreale perché altrimenti la Verità Assoluta, dando origine alle Sue emanazioni, Si trasformerebbe. Ma ignora gli insegnamenti dei Veda che affermano chiaramente che il Signore è completo in Sé stesso (pūrṇa) e sebbene un numero infinito di pūrṇa emanino da Lui, Egli rimane sempre pūrṇa. La manifestazione cosmica non ha nulla di irreale, è semplicemente temporanea. Bhaktivedanta Swami considerava il dott. Mishra un māyāvādī a causa della sua affrettata conclusione chemāyā, l’illusione, è più potente della Verità Assoluta. A suo giudizio la filosofia impersonalista non era soltanto sgradevole ma rappresentava un vero e proprio insulto alla Persona di Dio e insistette molto su questi aspetti in tutta la sua predica.Bhaktivedanta Swami si trovò in una difficile situazione: come mendicante dipendeva temporaneamente dalla gentilezza del suo conoscente māyāvādī ma era venuto in America per parlare in modo puro e coraggioso di Kṛṣṇa e dal dott. Mishra si vide porre tante limitazioni; venne trattato con gentilezza ma fu considerato anche una minaccia e per questo non gli fu permesso parlare delle glorie assolute di Śrī Kṛṣṇa come Persona Suprema agli studenti del dottore. L’8 novembre scrisse al suo confratello Tīrtha Mahārāja, presidente della Gaudiya Math, per ricordargli che il loro maestro spirituale aveva il grande desiderio di aprire centri di predica nei paesi occidentali e aveva tentato di farlo diverse volte mandando dei sannyāsi in Inghilterra e in altri paesi europei ma senza risultati significativi. Scrisse ai dirigenti della Gaudiya Math di considerare l’opportunità di aprire un centro a New York, visto che altri gruppi māyāvādī, sebbene non avessero la vera filosofia dell’India, stavano comprando molti palazzi. I suoi confratelli però erano più interessati a mantenere ciascuno il proprio tempio piuttosto che a collaborare con gli altri per diffondere gli insegnamenti di Śri Caitanya in tutto il mondo. Non dimostrarono mai alcun interesse ad aiutarlo ma poiché stava cercando di realizzare il desiderio del loro maestro, Śrī Bhaktisiddhānta Sarasvatī Thākura, e di Śrī Caitanya, le benedizioni sarebbero arrivate e ce l’avrebbe fatta. Bhaktivedanta Swami era convinto che se gli americani avessero adottato la coscienza di Kṛṣṇa, il mondo intero li avrebbe seguiti. Non passava nemmeno un giorno senza che egli lavorasse sullo Śrīmad-Bhāgavatam e senza che parlasse della filosofia della Bhagavad-gītā. Presto si trasferì dallo studio di yoga del dott. Mishra in una stanza tutta sua, un ufficio due piani più sotto, piccolo, stretto e senza mobili, adattandosi a dormire sul pavimento. Non aveva entrate sicure dato che per il suo sostentamento si serviva dei soldi guadagnati con la vendita dei libri, le sue spese erano aumentate e le comodità diminuite ma era libero di predicare come voleva. Decise di tenere delle conferenze tre sere alla settimana per chiunque fosse venuto a trovarlo e tra i primi che vennero ad ascoltarlo ci furono proprio alcuni frequentatori dello Yoga Society del dott. Mishra. La notizia di questi incontri arrivò presto al Paradox, un locale nel Lower Est Side dove si riunivano i giovani hippy, interessati alle dottrine orientali e in contrasto con la gente più anziana e conservatrice della città che partecipava alle conferenze di Bhaktivedanta Swami. Alcuni di loro, in particolare Harvey Cohen, un artista indipendente, e Bill Epstein, dipendente del Paradox, cominciarono a consigliargli di andare a predicare nel Lower Est Side dove c’era del movimento e dove la gente aveva davvero bisogno di lui. Qualche anno prima dell’arrivo di Bhaktivedanta Swami, nel Lower Est Side era apparso un nuovo tipo di abitatore dei bassifondi: dapprima i nuovi arrivati erano per lo più giovani artisti, musicisti e intellettuali, poi vennero i ragazzi della media borghesia scappati di casa. Attratti dagli affitti a buon mercato questi ragazzi borghesi fuggiti di casa, diventati poi famosi come hippy, vagavano per i bassifondi del Lower Est Side come una protesta vivente contro la “bella vita” del materialismo americano: i discorsi sulla ricerca spirituale, l’LSD e la marijuana erano le loro chiavi per aprire nuovi regni di coscienza ed erano in voga le nozioni sulle culture e le religioni orientali. Migliaia di giovani hippy camminavano per le strade del Lower East Side non semplicemente in preda agli stupefacenti o impazziti (anche se spesso lo erano davvero), ma in cerca della risposta ultima della vita, un’alternativa, un appagamento spirituale, ignorando completamente il sistema e la vita quotidiana di milioni di americani “perbene”. Che la ricca terra d’America potesse nutrire tanto scontento tra i giovani fu una cosa che meravigliò Bhaktivedanta Swami. Di sicuro era una prova in più che il benessere materiale tanto sbandierato dall’America non potesse dare la felicità.

LA BOWERY

Nel frattempo qualcuno scassinò la sua stanza: Harvey, in partenza per la California, gli offrì di andare a stare nella sua soffitta nella Bowery insieme a David Allen, un ricercatore di ventun’anni. Bhaktivedanta Swami accettò nonostante fosse stato messo in guardia del fatto che la Bowery non fosse luogo adatto per un gentiluomo ma il posto più corrotto del mondo. Ma sebbene andò a vivere in una brutta zona, solo raramente venne disturbato da qualcuno. La notizia che lo Swami si fosse trasferito nella Bowery si diffuse rapidamente e la gente cominciò a fargli visita alla sera per cantare con lui: la musica dei kīrtana venne particolarmente apprezzata visto che la nuova congregazione dello Swami era composta per lo più da artisti e musicisti del luogo, i quali mostrarono maggior coinvolgimento per la musica trascendentale che non per la filosofia. Fu lieto di vedere questi musicisti che venivano a suonare e a cantare nel kīrtana insieme a lui: non cercò di dissuaderli dalla loro concentrazione sul suono, anzi, era suono quello che diede a loro. Gli interessava far cantare alla gente il nome personale e trascendentale di Dio.Ogni mattina Bhaktivedanta Swami tenne una lezione sullo Śrīmad-Bhāgavatam, ogni tanto insegnò a cucinare a chiunque fosse interessato e mantenne i suoi incontri serali tre volte alla settimana, proprio come fece nei quartieri alti. Colpì per la sua onestà e semplicità, ma anche per la sua immensa cultura e per il suo senso pratico: era saggio e concreto. Si creò un piccolo gruppo di seguaci regolari ma un giorno, mentre Bhaktivedanta Swami stava tranquillamente lavorando sulla sua macchina da scrivere, David, il suo compagno di soffitta, con una dose di LSD diventò completamente pazzo, tanto da costringere lo Swami ad andarsene senza raccogliere le sue cose e senza nemmeno fermarsi a pensare a dove sarebbe potuto andare. Avrebbe voluto aiutare David e portarlo con sé a Vṛndāvana per mostrargli come si svolge l’adorazione nel tempio e istruirlo per un futuro di predica in Occidente ma David era troppo disturbato, era diretto verso la catastrofe e con lui i piani che Bhaktivedanta fece di trasformare la soffitta nel primo tempio di Rādhā e Kṛṣṇa a New York. Bhaktivedanta Swami Mahārāja, conosciuto e rispettato da tutti a Vṛndāvana come un grande studioso e devoto, si trovò improvvisamente sul lastrico come un qualsiasi derelitto vagabondo: prima che scendesse la notte doveva trovare un posto dove andare. Affrontò la crisi come una prova di Kṛṣṇa. Decise di telefonare a Carl Yeargens, un frequentatore abituale delle sue lezioni serali, che lo andò a prendere e lo ospitò a casa sua finché non trovò un’occasione in affitto: un negozietto sulla Seconda Avenue adatto per tenere le conferenze, con sopra un piccolo appartamento al secondo piano. Curiosa appariva l’insegna dipinta a mano sopra la vetrina del negozio: “Doni impareggiabili”. Alcuni ragazzi che frequentavano le sue lezioni fecero una colletta per pagargli il primo mese di affitto e lo aiutarono a sistemarsi andando a prendere tutte le sue cose alla soffitta della Bowery. Non aveva certezze su quello che lo aspettava lì ma aveva già visto che quei giovani americani potevano effettivamente partecipare al movimento del sankīrtana di Śri Caitanya.Al negozietto ricominciò a dare le sue solite lezioni di Bhagavad-gītā tre sere alla settimana e i suoi incontri divennero sempre più affollati: la maggior parte dei ragazzi che arrivavano in diverse occasioni si erano imbarcati in viaggi psichedelici alla ricerca di un nuovo modo di espansione della coscienza, ma qualunque verità avessero trovato, rimanevano insoddisfatti. Adesso stavano provando il mantra Hare Kṛṣṇa o mahā-mantra. La combinazione appariva assai strana: un anziano swami indiano cantava un antico mantra in un negozietto pieno di giovani hippy americani che rispondevano al suo canto. Lo Swami non diede solo pubbliche dimostrazioni religiose da cinque minuti: in quei momenti era il capo di quei ragazzi, la loro guida in un regno sconosciuto. Le sue lezioni furono molto semplici, eppure anche troppo piene di filosofia per quei ragazzi irrequieti.

L’I.S.K.CON

Nella primavera dell’anno dopo fondò l’”Associazione Internazionale per la Coscienza di Kṛṣṇa” (ISKCON) con sette finalità: diffondere sistematicamente la conoscenza spirituale nelle masse per raggiungere la vera unità e la vera pace nel mondo; diffondere la coscienza di Kṛṣṇa così com’è rivelata nella Bhagavad-gītā e nello Śrīmad-Bhāgavatam, avvicinare tra loro i membri dell’Associazione e avvicinarli a Kṛṣṇa, l’Essere primordiale, sviluppando l’idea che ogni anima è un frammento qualitativo di Dio; insegnare e incoraggiare il canto pubblico e collettivo del santo nome di Dio, così come è stato rivelato negli insegnamenti di Śrī Caitanya Mahāprabhu; costruire un luogo sacro dedicato ai divertimenti trascendentali della persona di Kṛṣṇa; insegnare un modo di vivere più semplice e naturale; pubblicare e distribuire periodici, riviste, libri e altri scritti al fine di promuovere tutte queste iniziative. Bhaktivedanta Swami era certo che solo il tempo lo separava da templi pieni di devoti e libri devozionali e vedeva gli scopi dell’Associazione come realtà molto prossime: era deciso a realizzare ogni punto del documento.Per la presenza dello Swami, per gli insegnamenti che offriva e per i kīrtana, già tutti parlavano del negozietto come del “tempio”. Ma era ancora un negozio spoglio e squallido. L’idea di decorarlo venne ad alcuni ragazzi che architettarono un piano per fare una sorpresa allo Swami, il quale approvò con meravigliata soddisfazione e commozione. Ora chi entrava aveva la netta impressione di essere improvvisamente in un tempio indiano. I ragazzi del Lower Est Side cominciarono a considerare Bhaktivedanta Swami come loro maestro spirituale e ad affidargli la guida della loro vita. Impegnò i ragazzi a cucinare e a battere a macchina ma non è che lui lavorasse di meno: parlò con chiunque venisse a fargli visita, talvolta alzando la voce e battendo il pugno sul tavolo per difendere Kṛṣṇa contro la filosofia māyāvāda. Ogni giorno che passava apparve sempre più chiaro che per lui lavoro, seguaci e oppositori sarebbero aumentati sempre di più: le chiacchierate con i suoi ospiti non vennero mai razionate, le distribuì abbondantemente per ore, giorno dopo giorno, finché ci fosse qualcuno che mostrasse un interesse vivo e genuino. Nelle prime ore del mattino, dalle due in poi, lavorava da solo battendo a macchina le traduzioni e le spiegazioni del suo Śrīmad-Bhāgavatam. Nelle ore dei pasti invece non rimase mai solo: un gruppetto di ragazzi si univa regolarmente a lui per il pranzo. Bhaktivedanta Swami dichiarò apertamente che tutti avrebbero dovuto mangiare più prasāda possibile, perché il cibo offerto a Dio è spirituale ed ha il potere di purificare: questo creava un’atmosfera di allegria e familiarità. Per i ragazzi il cibo che lo Swami offriva loro non solo li avrebbe purificati ma era anche delizioso e saporito, molto meglio del cibo americano. Dallo Swami emanava un senso di dolcezza, libera da ogni egoismo, una devozione totale. E Bhaktivedanta Swami non era più solo: i suoi nuovi seguaci l’aiutavano e partecipavano al progetto di predica attivamente. Presto alcuni dei ragazzi presero addirittura l’iniziazione dopo aver pronunciato i voti: la promessa di cantare ogni giorno sedici giri sul rosario e di adesione ai quattro princìpi regolatori, ossia non consumare carne, pesce e uova; non fare uso di alcun prodotto intossicante, inebriante o eccitante (compresi droga, alcol, tè, caffè e sigarette); non avere rapporti sessuali illeciti (fuori del matrimonio o per semplice ricerca del piacere senza nessun desiderio di avere figli); non abbandonarsi ai giochi d’azzardo e alla speculazione monetaria. Un discepolo iniziato si assume inoltre la responsabilità di diffondere gli insegnamenti del suo maestro spirituale. Una domenica andarono a cantare con lo Swami nel parco: la via per recarsi là fu costellata di bestemmie e battute offensive da parte dei molti curiosi accorsi per guardare lo strano gruppo. Ma dopo che Swami diede inizio al canto collettivo dei santi nomi di Dio, un pubblico interessato si riunì sempre più numeroso fino a diventare una folla di un centinaio di persone. Bhaktivedanta Swami interruppe il canto qualche minuto per spiegare che il mantra, che ormai tutti stavano cantando, fu introdotto cinquecento anni prima da Caitanya Mahāprabhu nel Bengala occidentale e rappresenta il metodo migliore per risvegliare la nostra coscienza eterna, che è piena di felicità. Concluse invitando tutti i partecipanti alle sue lezioni al tempio, poi si sedette e ricominciò il kīrtana.I brāhmaṇa di casta in India avrebbero disapprovato il fatto che stesse frequentando degli intoccabili come quei drogati americani, mangiatori di carne, ma Swami riteneva che quello che stava facendo fosse perfettamente autorizzato dalle Scritture: il Bhāgavatam afferma chiaramente che la coscienza di Kṛṣṇa deve essere insegnata a tutti i popoli in quanto tutti sono anime spirituali eterne e tutti senza distinzioni possono essere elevati al più alto livello della vita spirituale cantando il Santo Nome; Śrīla Bhaktisiddhānta Sarasvatī offrì l’adorazione delle Divinità e l’iniziazione a tutti, senza considerazioni di casta, razza o nazionalità e Bhaktivinoda Thākura, il padre di Bhaktisiddhānta Sarasvatī, si augurò che sarebbe arrivato il giorno in cui la gente dei paesi occidentali avrebbe potuto unirsi ai fratelli indiani per cantare Hare Kṛṣṇa.Quando tornò al negozietto trovò una folla di gente venuta dal parco per aspettarlo: volevano saperne di più sulla danza e sul canto, sull’anziano swami e i suoi discepoli. Da quel giorno iniziarono kīrtana regolari nel parco e vennero scritti articoli sui giornali: al negozietto agli incontri serali non si trovava nemmeno più posto per sedersi nonostante Bhaktivedanta Swami non cambiò mai la filosofia, una filosofia completamente opposta allo stile di vita di quei ragazzi del Lower Est Side. Non scese mai a compromessi. Ben presto iniziarono le feste della domenica con l’offerta conclusiva di cibo vegetariano offerto a Dio, una parte importante della predica dello Swami per il suo potere purificatore. Bhaktivedanta Swami pensò che fosse giunto il momento di far risorgere anche la sua rivista Back to Godhead e ne affidò la responsabilità ai suoi discepoli.

SAN FRANCISCO

Nel gennaio dell’anno successivo decise di trasferirsi, con grande dispiacere dei suoi ragazzi, per alcune settimane a San Francisco raggiungendo un suo discepolo che lì affittò un negozietto per farne un altro centro di predica. Venne accolto con grande entusiasmo all’aereoporto da una cinquantina di ragazzi, la maggior parte dei quali ancora non lo conoscevano, e dai giornalisti dei più importanti quotidiani di San Francisco, il Chronicle e l’Examiner. Il suo arrivo venne riportato anche nel telegiornale della sera. A New York riuscì a completare la traduzione e il commento della Bhagavad-gītā, e nonostante le scarse prospettive di pubblicare, a San Francisco cominciò a tradurre un altro libro, la Caitanya-caritāmṛta, la più importante opera vaiṣṇava sulla vita e sugli insegnamenti di Śrī Caitanya.I kīrtana della sera e del mattino avevano già reso famoso il tempio di San Francisco in Haight-Ashbury, ma quando i devoti cominciarono a distribuire gratuitamente un pasto al giorno, il tempio diventò davvero parte integrante della comunità: spesso arrivavano anche centocinquanta o duecento hippy dalle strade e i devoti avrebbero dato da mangiare a chiunque fosse venuto da loro. Alcuni rimasero e diventarono devoti, altri prendevano prasāda e se ne andavano. L’opinione pubblica si preoccupò molto per il massiccio afflusso di giovani a San Francisco, la polizia e gli assistenti sociali furono in allarme per i problemi di salute e la miseria, specialmente in Haight-Ashbury. Per questo le autorità locali accolsero con gioia il servizio offerto dal tempio di Swami Bhaktivedanta, e quando i consiglieri comunali si trovarono a discutere la proposta di formare un comitato di emergenza per affrontare la crisi, chiesero la partecipazione dello Swami per la sua straordinaria abilità a far uscire i ragazzi dalla droga attraverso la devozione. Un giorno una sua discepola gli portò una piccola figura di legno che trovò in un grande magazzino, chiedendogli che cosa fosse. Bhaktivedanta Swami immediatamente giunse le mani e chinò la testa, offrendo il suo omaggio alla piccola figura: si trattava di Jagannātha, il Signore dell’universo. Spiegò che viene adorato insieme ad altre due Divinità: Suo fratello Balarāma e Sua sorella Subhadrā. Incaricò un suo discepolo di fare delle copie alte un metro esattamente simili ai piccoli Jagannātha, Balarāma e Subhadrā che poi lo Swami installò nel tempio con una speciale cerimonia. Vide nell’apparizione di Jagannātha a San Francisco la volontà di Kṛṣṇa. L’adorazione delle forme di Rādhā e Kṛṣṇa nel tempio richiede un livello molto alto e diverse regole, cosa che i devoti non erano ancora in grado di fare, ma Jagannātha è così misericordioso che Lo si può adorare anche in modo molto semplice. Dopo due mesi e mezzo ritornò a New York ma sapeva che sarebbe dovuto ritornare a San Francisco per accudire le tenere pianticelle della devozione che aveva seminato nel cuore dei suoi discepoli: era il loro umile servitore e sapeva che alcuni di loro sarebbero caduti o si sarebbero allontanati. Ma non poteva stare sempre con loro perché il suo tempo era limitato e infatti il suo stato di salute ebbe improvvisamente un crollo. Disse ad un suo discepolo che anche nel caso in cui si fosse ammalato gravemente, non avrebbe mai dovuto chiamare il dottore ma dargli il suo japa e cantare Hare Kṛṣṇa. Ebbe un forte attacco di cuore. Iniziò ad avere delle palpitazioni e forti dolori: cominciò a paralizzarsi tutta la parte sinistra del suo corpo. Chiese di mettere il quadro del suo maestro spirituale sul muro davanti a lui e ai suoi discepoli di pregare Kṛṣṇa nella Sua forma di Nṛsimhadeva affinché gli concedesse di terminare la sua missione. Non aveva fiducia nei dottori e si fece la diagnosi da solo chiedendo di essere massaggiato al petto ma i suoi discepoli terrorizzati chiamarono un’ambulanza. Il personale ospedaliero, con profonda amarezza dei ragazzi, lo considerò come un qualsiasi vecchio con problemi cardiaci, un buon soggetto per le loro analisi statistiche. Appena Swami si ristabilì un pochino chiese ai suoi discepoli di essere portato via, cosa che fecero nonostante le minacce dei dottori che dicevano che per colpa loro Bhaktivedanta Swami sarebbe morto. Per quei ragazzi fu un’esperienza orribile. Lo portarono a Long Branch in un villino a pochi passi dalla spiaggia per fargli fare la convalescenza al mare. Lui disse che voleva tornare in India per dare l’ordine di sannyāsa ad alcuni suoi discepoli e per aprire a Vṛndāvana un “Centro Americano”, un luogo dove i suoi discepoli occidentali potessero imparare la cultura vedica e migliorare il loro servizio di predica. Ma disse anche di informare i devoti di San Francisco che se avessero fatto il Ratha-yātrā sarebbe andato da loro. Cosa che fece.I suoi discepoli riuscirono a celebrare con successo il festival: anche se non erano perfettamente istruiti, erano sinceri e Bhaktivedanta Swami si sentì soddisfatto. Per lo Swami il successo di quel festival fu un altro segno che l’Occidente era ben disposto verso la coscienza di Kṛṣṇa. Decise di tornare finalmente in India accompagnato da un suo discepolo americano, Kīrtanānanda, al quale il giorno di Janmāṣtamī (il compleanno di Kṛṣṇa) lo Swami conferì l’ordine di sannyāsa. Swami volle fare sannyāsi il suo giovane discepolo, sebbene l’ordine di rinuncia venga concesso in genere a uomini che abbiano superato i cinquant’anni, perché aveva un grande desiderio di avere devoti che potessero dedicare tutte le loro energie a viaggiare e a predicare, doveri tradizionali di un sannyāsi.Con il caldo di Vṛndāvana e le medicine āyur-vediche Swami sentiva che stava riacquistando la salute e decise di tornare in America in cerca di editori che stampassero le sue traduzioni. Sarebbe passato per Tokyo dove si sarebbe fermato per valutare la possibilità di aprire un nuovo centro. Ancora prima della partenza ricevette buone notizie da New York: la Macmillan Editori era interessata a pubblicare la sua Bhagavad-gītā. Venne accolto all’aereoporto di San Francisco dai suoi discepoli e ragazzi come un padre adorato dai suoi figli affettuosi. Consapevole del poco tempo rimasto a sua disposizione e della portata della sua missione, lavorò instancabilmente: dal 1968 al 1969 si spostò in continuazione attraverso gli Stati Uniti aprendo nuovi centri a Boston, Montreal, Santa Fé, Los Angeles, Seattle. Partecipò al festival di Jagannātha a San Francisco: attraverso il Golden Gate Park nel 1969 diecimila persone seguirono il Ratha-yātrā. Dovunque Bhaktivedanta Swami si fermasse, rimase in contatto con tutti i suoi devoti e seguì per corrispondenza l’amministrazione del movimento in fase di sviluppo. Alcuni dei suoi discepoli più audaci si offrirono spontaneamente di portare la coscienza di Kṛṣṇa in Europa, anticipando l’arrivo di Bhaktivedanta Swami stesso prima in Germania, verso la fine del 1969, e poi in Inghilterra dove venne aiutato da John Lennon che lo ospitò per alcuni mesi nella sua tenuta e da George Harrison che produsse un disco in cui i discepoli cantavano il mahā-mantra, disco che in poche settimane raggiunse il record di vendite in molti paesi europei compresi quelli dell’Europa orientale. Nel dicembre 1969 installò personalmente le Divinità di Rādhā-Kṛṣṇa al tempio nel centro di Londra.

LA BHAKTIVEDANTA BOOK TRUST

Nel 1970 si spostò soprattutto negli Stati Uniti, dove iniziò centinaia di discepoli. Ripetutamente affermò di voler dedicare una parte del suo tempo al suo lavoro letterario, ma era assediato dall’amministrazione relativa ai centri Hare Kṛṣṇa che si stavano diffondendo in tutto il mondo, impegno che lo impegnava perfino nei particolari. Per questo creò un corpo governativo di dodici discepoli e fondò anche la Bhaktivedanta Book Trust al fine di organizzare la stampa e la distribuzione delle opere da lui tradotte. Ogni mese, e talvolta ogni settimana, un nuovo centro si apriva, finché ve ne furono a dozzine soltanto negli Stati Uniti. Anime coraggiose si avventurarono in Australia e in Asia, in altri paesi d’Europa e in Africa e dovunque andassero seguirono la semplice formula voluta da Bhaktivedanta Swami e dai precedenti maestri spirituali. Verso la metà degli anni settanta lo Swami volle raggiungere un nuovo obbiettivo: riportare la coscienza di Kṛṣṇa in India (la terra in cui nacque), dove il proliferare di swami non autentici e di presunte e false incarnazioni di Dio avevano creato confusione circa l’effettiva conclusione delle Scritture vediche. Per questo i veri insegnamenti della Bhagavad-gītāapparvero necessari in India, così come altrove. Tornò in India dopo tre anni nella speranza che i suoi discepoli occidentali ispirassero gli indiani a recuperare la fede nella loro cultura perduta ed essi gradualmente cominciarono a rispettare Bhaktivedanta Swami come un grande santo dell’India.A questo punto dette inizio a una delle sue più difficili campagne: la costruzione di grandi e sontuosi templi a Bombay, Māyāpura (il luogo di nascita di Śrī Caitanya) e Vṛndāvana (dove apparve Śrī Kṛṣṇa). Incontrò enormi difficoltà ma era deciso a creare non solo i templi, ma anche residenze per gli ospiti ad essi collegati affinché le persone potessero andare a praticare la coscienza di Kṛṣṇa in modo completo per almeno un certo periodo di tempo.Nei primi anni settanta i viaggi di Bhaktivedanta Swami raggiunsero il culmine dato che ormai attraversava non soltanto gli Stati Uniti, ma tutto il globo terrestre: in questi anni fece circa quattordici giri completi del mondo recandosi a Mosca, Parigi, Roma, Nairobi, in Sudafrica, Messico, Sud America, Australia e altre aree. Pur viaggiando continuamente continuò le sue traduzioni: si alzava all’una del mattino per studiare i commentari dei maestri spirituali che lo avevano preceduto, poi scriveva i suoi commenti sullo Śrīmad-Bhāgavatam. Risale a questi anni anche lo straordinario sforzo dei suoi discepoli di distribuire libri: nel 1974 i templi vendettero quasi quattrocentomila libri e furono distribuite quattro milioni di riviste Back to Godhead. Ma la salute dello Swami peggiorò.

LA DIPARTITA

Nel 1977, ritenendo che la sua fine non fosse lontana, chiese di essere ricondotto a Vṛndāvana e che i devoti del corpo governativo lo raggiungessero per prendere tutti i provvedimenti necessari affinché il movimento procedesse dopo il suo trapasso. Nella sua stanza volle essere circondato da tutti i suoi discepoli ai quali ordinò di cantare il mantra Hare Kṛṣṇa. Ora più che mai desiderò la medicina del santo Nome, non volle medici e rifiutò le loro prescrizioni. In tutta la sua vita fu di esempio e sapeva di dover mostrare alla gente anche come morire. Il 14 novembre del 1977, alle sette e mezza di sera, nella sua stanza al tempio di Kṛṣṇa-Balarāma a Vṛndāvana, diede la sua ultima istruzione lasciando questo mondo materiale e tornando al regno di Dio: lasciò il corpo serenamente, cantando e ascoltando i santi nomi di Kṛṣṇa. La sua dipartita fu esemplare come esemplare fu l’intera sua vita: era venuto in questo mondo su richiesta di Dio per insegnarci come vivere una pura vita di coscienza spirituale, il che include l’insegnamento finale, come partire da questo mondo per ottenere la vita eterna.A.C.

OGGI

Bhaktivedanta Swami Prabhupāda è considerato oggi il maestro di filosofia vedica più autorevole ed è anche il più letto: ha pubblicato numerose opere essenziali come la Bhagavad-gītā, i primi nove Canti dello Śrīmad-Bhāgavatame una parte del decimo (in tutto trenta volumi), la Śrī Īśopaniṣad, L’Insegnamento di Śrī Caitanya Mahāprabhu, ilNettare della Devozione, Il Libro di Kṛṣṇa, la Caitanya-caritāmṛta. I suoi libri oggi vengono tradotti in ventotto differenti lingue e distribuiti a decine di milioni in tutto il mondo.Da quanto fin qua detto appare chiaro che Bhaktivedanta Swami Prabhupāda non ha offerto al mondo della filosofia un originale contributo speculativo. Questo perché l’autorità dei Veda è immutabile e si eleva al di là di ogni discutibilità: tutto ciò che vi è affermato deve essere accettato senza riserve. Nessuno con la ragione imperfetta può superare l’autorevolezza dei Veda, per questo gli insegnamenti in essi contenuti devono essere tramandati senza speculazioni. Śrīla Prabhupāda considerava il Vedānta-sūtra di Śrīla Vyāsadeva (l’avatāra scrittore, manifestazione di Dio stesso) splendente come il sole di mezzogiorno, ritenendo che chiunque cercasse di darne la propria interpretazione non avrebbe fatto altro che velarne la luce con le nubi della sua immaginazione. Il grande merito di Śrīla Prabhupāda è stato quello di rendere comprensibile, adattandolo ai tempi moderni, l’originale messaggio dei Veda, senza interpretazioni arbitrarie e nel pieno rispetto degli insegnamenti della successione dei maestri autentici (paramparā), permettendone la diffusione e la conoscenza nel mondo occidentale.