A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada, conosciuto come Srila Prabhupada (1896-1977), è il più autorevole insegnante del pensiero religioso e filosofico indiano e il fondatore dell’Associazione Internazionale per la Coscienza di Krishna.

Tra gli anni ’65 e ’77 viaggiò instancabilmente intorno al mondo fondando 108 templi; scrisse 80 volumi tradotti in tutte le lingue più importanti e distribuiti a milioni di copie; diede migliaia di lezioni e conferenze; incontrò personalità eminenti tra i politici, gli studiosi e i religiosi.

Il suo carattere esemplare, arricchito da preziose qualità come la tolleranza, la compassione, oltre alla sua grande devozione spirituale, hanno fatto della sua vita un esempio ideale che ha ispirato e continua ad ispirare innumerevoli persone in ogni parte del mondo.


Infanzia

Abhay Charan De (conosciuto come Srila Prabhupada) nacque a Calcutta, in India, il primo settembre 1896 da una famiglia di antica tradizione vaisnava (i devoti di Visnu o Krishna, Dio, la Persona Suprema).

Suo padre, Gour Mohan De, era un commerciante di stoffe, e sua madre si chiamava Rajani. Il padre era un puro vaisnava: giornalmente leggeva la Caitanya-caritamrta e lo Srimad-Bhagavatam (le principali Scritture sacre dei vaisnava bengalesi), recitava il rosario e adorava la Divinità di Sri Krishna.

Desiderava che Abhay diventasse un servitore di Dio e un predicatore del Bhagavatam. Anche Rajani era casta e religiosa, impegnata a prendersi cura del marito e dei figli. Quindi Abhay sin dalla nascita assorbì naturalmente la coscienza di Krishna: al suo sedicesimo compleanno chiese al padre una sua personale murti (Divinità) di Krishna per poterla adorare seguendo l’esempio del padre.

Abhay si iscrisse all’Università di Calcutta, la “Scottish Churche’s College”: lì studiò l’inglese, il sanscrito, la filosofia, l’economia, la letteratura inglese e la Bibbia, il cui studio era obbligatorio. Mentre frequentava l’università il padre predispose il suo matrimonio con Radharani Datti, la figlia di un commerciante.


Rapporto con Gandhi

Abhay era particolarmente affascinato da Mohandas K. Gandhi, il quale portava sempre con sé una copia della Bhagavad-gita considerandola il Testo che più lo ispirava. Gandhi forniva un’immagine di grande purezza e integrità morale. Abhay lesse le parole di Gandhi e ne seguì le istruzioni.

Nel 1920 infatti, dopo aver terminato l’ultimo anno di università e aver superato con successo tutti gli esami, rifiutò di accettare la laurea rispondendo al suo appello: Gandhi accusava il sistema scolastico straniero di creare una mentalità da schiavi e di produrre marionette nelle mani degli inglesi e per questo invitava gli studenti indiani ad abbandonare i loro studi.

Grazie ad un amico di famiglia, il dottor Bose, un rinomato chirurgo ed industriale chimico, il padre trovò un posto di lavoro per Abhay come direttore commerciale dell’azienda Bose.

In quel periodo Abhay incontrò per la prima volta il suo maestro spirituale, Bhaktisiddhanta Sarasvati Thakura, il quale lo fece riflettere sulla temporaneità di tutti i governi: una vera opera sociale avrebbe dovuto superare i limiti temporali e preparare la persona per la sua eterna relazione con il Supremo. Dopo aver ascoltato gli autorevoli e scientifici insegnamenti del guru, ad Abhay il movimento per l’indipendenza apparve temporaneo e incompleto e per questo si allontanò dal nazionalismo.


Relazione con il guru

Per motivi di lavoro Abhay si trasferì con tutta la famiglia ad Allahabad dove nel 1932 ricevette l’iniziazione diventando discepolo di Bhaktisiddhanta Sarasvati: per i successivi trent’anni si sviluppò in lui un crescente desiderio di diffondere il messaggio di Sri Caitanya e gli insegnamenti del suo maestro in tutto il mondo, proprio come Bhaktisiddhanta gli aveva suggerito già dal loro primo incontro.

Uno dei più importanti colloqui di Abhay con il suo guru avvenne a Vrindavana nel 1935 quando gli diede l’istruzione di stampare libri. Nel dicembre dell’anno dopo Srila Bhaktisiddhanta lasciò il mondo materiale dopo aver scritto un’ultima lettera al suo discepolo in cui affermava la sua piena fiducia nella capacità di Abhay di spiegare la filosofia vedica in inglese.

Si trattava delle stesse istruzioni ricevute nel 1922 nel loro primo incontro: Abhay non ebbe più dubbi su quale fosse lo scopo della sua vita. Ben presto scoppiò la seconda guerra mondiale.

Seguendo la loro “politica del rifiuto” gli inglesi affondarono molte navi indiane cariche di cibo e distrussero i raccolti di riso per evitare che quel cibo cadesse in mani nemiche, causando una terribile carestia in Bengala, la peggiore degli ultimi centocinquanta anni: litigare con i cani per dividersi i rifiuti diventò uno spettacolo familiare nelle strade di Calcutta.

Abhay comprese la sofferenza della fame e della carestia attraverso gli insegnamenti che ebbe ricevuto da Srila Bhaktisiddhanta: convinto di avere un messaggio per i cittadini del mondo tormentati dalla guerra pensò di dar vita ad una pubblicazione che potesse diffondere il messaggio delle Scritture sacre.


Rivista “Back to Godhead”

Chiamò la sua rivista “Back to Godhead”. Spesso andò a supplicare i funzionari del governo per avere il permesso di usare della carta per stampare il suo giornale. Nonostante le grandi difficoltà aveva una profonda fiducia nel suo maestro ed era convinto dell’importanza del suo messaggio.

Nel 1947 l’India ottenne l’indipendenza dal dominio britannico ma centinaia di migliaia di persone persero la vita negli scontri che accompagnarono la divisione della nazione tra India e Pakistan. Abhay non credeva alle promesse di pace e voleva far capire a tutti, attraverso la sua rivista, che finché sarebbero perdurati gli interessi egoistici e il desiderio di gratificazione dei sensi, le guerre avrebbero continuato a manifestarsi.

La vera unità sarebbe stata possibile solo sul piano della comprensione spirituale e del servizio al Supremo. Scrisse a molti capi di governo, a conoscenze di rilievo e a giornalisti; nel 1947 scrisse una lunga lettera a Gandhi suggerendogli profeticamente, da amico sincero, di lasciare la politica per avvicinarsi alla Verità Assoluta: un mese più tardi, il 30 gennaio 1948, Gandhi venne assassinato.

Ormai Abhay si impegnava sempre più a scrivere e a predicare mettendo sempre minor energia nella vendita dei prodotti farmaceutici.


Lega dei Devoti

A 56 anni lasciò i suoi affari ad Allahabad in mano ai figli pensando che fosse arrivato il momento di mettere in pratica seriamente gli ordini del suo guru: poiché l’istituzione del suo maestro spirituale, la Gaudiya Math, si era frammentata a causa di lotte interne scoppiate dopo la morte di Bhaktisiddhanta, Abhay cercò di fondare un movimento di devoti che agisse a livello mondiale.

Ottenne il permesso di usare un tempio abbandonato a Jhansi e stese uno statuto registrando legalmente il suo movimento come “Lega dei Devoti”.

Nel frattempo venne scassinata la sua fabbrica ad Allahabad: sparirono denaro e medicine. Abhay vide in questo episodio un atto di misericordia da parte di Krishna il Quale, come è affermato nello Srimad-Bhagavatam, schiaccia i successi materiali di un devoto sincero per avvicinarlo a Sé.

Da questo episodio comprese di dover rompere definitivamente con le sue responsabilità familiari: la moglie e i figli non provavano alcun interesse per la sua predica a Jhansi e volevano che impiegasse più tempo negli affari. Anche se Abhay avrebbe desiderato moltissimo che la moglie collaborasse con lui nel diffondere la coscienza di Krishna, dopo trent’anni capì che questo non sarebbe stato mai possibile e decise di lasciare la famiglia per dedicarsi interamente alla missione ricevuta dal suo maestro spirituale.

Gli anni cinquanta furono molto difficili: a Jhansi dovette lasciare il suo tempio perché la moglie del governatore ne voleva fare un club di signore. Passò come un mendicante da un tempio all’altro o in casa di qualche persona pia ma non abbandonò mai i suoi piani per un’associazione mondiale di devoti.

Desiderava stampare i suoi libri: cercò fondi andando a trovare con i suoi manoscritti uomini facoltosi, spiegando loro la sua missione. Pochi lo aiutarono ma riuscì a raccogliere il necessario per riprendere la pubblicazione del suo Back to Godhead, anche se non aveva nemmeno denaro a sufficienza per comprare una giacca per ripararsi dal freddo inverno di Delhi.

Con la volontà di raggiungere il vasto pubblico dei lettori di lingua inglese che si trovava fuori dall’India, riunì diversi indirizzi di biblioteche, università e uffici governativi all’estero e spedì tutte le copie che le sue finanze gli permisero. Spedì copie del suo giornale anche al presidente dell’India, il dottor Prasad, insieme ad una lettera per metterlo in guardia contro il destino oscuro che attende una società governata da atei, ma non ottenne mai risposta.

Anche nell’afa dell’estate di New Delhi, con la temperatura a quarantacinque gradi, Abhay continuò a uscire ogni giorno per distribuire il suo quindicinale. Si stabilì poi a Vrindavana, il luogo più sacro dove Sri Krishna manifestò i Suoi divertimenti quando discese sulla terra cinquemila anni fa.

Abhay lì si sentì a casa. Ogni tanto si recava a Delhi per distribuire le sue pubblicazioni e raccogliere donazioni. Tuttavia, anche riducendo al minimo le spese personali, ebbe molte difficoltà a raccogliere fondi sufficienti per i viaggi a Delhi, la stampa e le spese di spedizione e infatti, dopo aver pubblicato dodici numeri consecutivi del suo quindicinale, rimase senza denaro.


Ordine di rinuncia

Una notte fece un sogno che lo colpì profondamente nel quale Srila Bhaktisiddhanta Sarasvati lo sollecitava a prendere l’ordine di rinuncia dei sannyasi. Abhay rifletté attentamente: la tradizione vedica e l’esempio degli acarya precedenti insegnano che se una persona desidera sviluppare un movimento di predica dovrebbe accettare l’ordine di sannyasa.

Fu così che nel 1959 a Mathura, dopo una cerimonia formale d’iniziazione all’ordine di rinuncia, Abhay ottenne il suo nuovo nome da sannyasi: Abhay Caranaravinda Bhaktivedanta Swami. Da quel momento decise di scrivere non più riviste ma libri e pensò subito allo Srimad-Bhagavatam, la principale e più autorevole Scrittura vaisnava: Bhaktivedanta Swami tornò a Delhi con un nuovo scopo.

Con rinnovato entusiasmo raccolse qualche donazione ricominciando a pubblicare la sua rivista e contemporaneamente cominciò il suo lavoro di traduzione e commento dello Srimad-Bhagavatam, un’opera di diciottomila versi divisi in dodici Canti. Stava presentando lo Srimad-Bhagavatam senza cambiare nulla, con il più grande rispetto per Srila Vyasadeva, l’autore: mentre molti avevano adattato più che tradotto i testi sanscriti secondo le proprie interpretazioni, Bhaktivedanta Swami Prabhupada si preoccupò sempre di riportare, in tutte le sue opere, prima il verso sanscrito originale, poi la sua traslitterazione in caratteri romani, la traduzione parola per parola e la traduzione letteraria; soltanto allora ne precisava il contenuto e il significato, arricchendo la spiegazione di esperienze personali ma non allontanandosi mai dagli insegnamenti delle Scritture e degli acarya precedenti, in un atteggiamento di profondo rispetto ed umiltà.

Nella sua stanza al tempio di Chippiwada stette giorno e notte alla macchina da scrivere riposando solo dalle dieci di notte alle due di mattina: era fermamente convinto che lo Srimad-Bhagavatam avrebbe rivoluzionato la civiltà mal guidata. Scrivere rappresentò solo metà della battaglia: nessun editore fu interessato alla collana in sessanta volumi dello Srimad-Bhagavatam ma Bhaktivedanta Swami non era disposto a far di meno. Per pubblicare i suoi libri avrebbe dovuto stampare a proprie spese raccogliendo donazioni.

Terminata la stampa dei primi due volumi uscì a vendere i suoi libri proprio come fece con la rivista. Ben presto ottenne recensioni favorevoli dai suoi confratelli, dall’editore di opere religiose Hanuman Prasad Poddar, dal famoso filosofo indù Radhakrishnan e dal prestigioso bollettino libraio Adyar Library Bulletin: ottenne addirittura dal consolato americano un ordine di diciotto copie da distribuire in America attraverso la biblioteca nazionale. Mandò libri anche ai capi politici e al primo ministro dell’India con cui ebbe un incontro ufficiale.

Con il terzo volume stampato sentì di essere finalmente pronto per la partenza in Occidente: erano passati più di quarant’anni da quando Srila Bhaktisiddhanta gli diede questa istruzione.